martedì 16 agosto 2011

Il mio mondo attuale, in Italia


Marco: parlami ora del tuo “mondo italiano”, dei tuoi interessi….

Jocelyn: il mio mondo attuale è così composto:

·        il lavoro, di cui ho parlato prima;
·        la famiglia con la quale mantengo un rapporto quasi giornaliero, sfruttando l’occasione che mi dà l’abbonamento a Wind. Ovviamente ho fatto avere alla mia famiglia un altrettanto telefonino.
·        mi chiedi del mio rapporto con la religione. Ti ho detto prima che al mio paese frequentavo ogni domenica la chiesa, qui in Italia la mia conoscenza con le chiese frequentate dai neri come me, mi ha fatto venire dei forti dubbi. A partire dal fatto che i pastori dovrebbero aver frequentato determinate scuole. Qui invece capita che qualcuno di questi “pastori” ha alle spalle delle vicende di spaccio di droga, o hanno avuto più di qualche ragazza che lavorava per loro e poi scopri che diventano “pastori”! “Dio mi ha chiamato!” ti dicono. “Ma quale Dio?”.
·        e così una volta che vado in chiesa mi viene da pensare che sia tutto un business. Come quando in qualche chiesa il “pastore” ti dice: “oggi per le offerte, non mettete moneta, ma biglietti da cinque o dieci €”!. Io sono cristiana e sto cercando una chiesa che sappia “commuovermi”.
·        Pensa i “pastori” non vanno a lavorare, mentre per i giorni e gli orari delle funzioni potrebbero benissimo farlo. Mi pare che Dio non sia d’accordo con queste pratiche;

Marco: se è per questo, neanche i preti cattolici italiani, non lavorano… ma ora dimmi, quali sono le differenze maggiori tra la tradizione africana e gli usi e costumi dei bianchi, degli italiani..

Jocelyn: non so molto su queste cose perché tra l’altro sono venuta via che ero molto giovane dall’Africa. Mi pare che un aspetto sia sul cibo. Noi lo mangiamo con molto peperoncino, perché fa bene al sangue. E inoltre mangiamo tutto con le mani. Perché con le mani il cibo ha più gusto!
Un’altra differenza è sul modo di vestire. Però bada bene, si vede solo nelle occasioni importanti: alla domenica in chiesa, alle feste, in occasione della morte di qualche congiunto. Per il resto vestiamo come voi.
La grande differenza io la trovo invece nei comportamenti quotidiani. Noi africani siamo ancora dei bambini: ci piace scherzare, ridere, giocare e a qualunque età. Se tu conoscessi mia madre, è una che ancora gioca. A mio padre piaceva fare la lotta con me. Mentre tra voi bianchi, tra voi italiani c’è troppo serietà, siete troppo “rigidi”. Troppo attenti alla forma. Ma giocate un po’! Sporcate magari un po’ la casa. Tanto dopo la si può pulire.

Marco: ma dimmi, quali sono le “qualità” che tu apprezzi tra i bianchi, tra gli italiani…

Jocelyn: apprezzo la vostra attitudine al lavoro, all’ordine, alle cose ben fatte. Anche se devo dire che vi viene bene. A differenza di noi africani che facciamo quasi tutto con le mani, voi in quasi tutte le vostre attività vi fate dare una mano dalle macchine..

Marco: andiamo avanti, i film africani. Cosa ci trovi in quelle noiose telenovela…

Jocelyn: io personalmente non credo di essere così impallinata per i film africani. Sono sempre la stessa minestra. Molti mi annoiano. Mi piacciono i film americani, questo sì. Molto di più dei film italiani. Gli americani fanno i film senza risparmio, mentre voi italiani siete un po’ tirchi. Ed è evidente che non mi piacciono i film vecchi, degli anni ’80, per non dire quelli degli anni ’60 e ’70.

Marco: quando mi capita di venire a trovarti a casa, vedo sempre la televisione accesa e cosa vedi tu: un po’ le news, poi “C’è posta per te, Il grande fratello, Amici”, ecc. tutte trasmissioni che io abitualmente non vedo mai. Cos’è che ci trovi…

Jocelyn: a me piacciono molto. Per esempio “C’è posta per te”. In alcune puntate mi sono persino commossa e non mi dire che non interessano gli italiani. Io li sento commentare la trasmissione al mercato, sui pullman… così come mi piace assistere a “Scherzi a parte”, o alle “Iene”. Credo di essere una ragazza molto curiosa e mi pare di aver capito che seguendo quelle trasmissioni posso capire più da vicino i vostri usi, il vostro modo di vivere.
       Comunque, a differenza di altre ragazze africane che per motivi legati ai soldi sono “costrette” a vivere in coppia con altre ragazze, io quasi sempre ho vissuto in compagnia, però con ragazzi africani della mia età.
Essendo africana mi piace la musica, mi piace un sacco andare a ballare in discoteca e abitualmente frequento il Miami in C.so Potenza. È un locale gestito da africani per africani. Mi piace esibirmi con i miei vestiti ricercati (ne ho un sacco, molti dei quali acquistati in qualche boutique). Forse in questo c’è la ricerca di soddisfare un certo mio esibizionismo. Sono giovane, ho 24 anni. Che male c’è.
Ed essendo particolarmente fortunata frequento abitualmente (almeno due volte la settimana) le sale gioco del Bingo in Via Monterosa. Non ho mai fatto i conti di quanto lascio e quanto vinco, però sono convinta di essere in attivo…
Questo è il mio mondo che per fortuna mia è alquanto diverso da quello di una serie di ragazze che sono venute dal mio paese e specie quelle arrivate per ultime.
Penso io che non sia più vero che vengono in Italia e in Europa senza sapere cosa vengono a fare. Ricordo quando ero in Nigeria l’ultimo anno di scuola venne un signore con una ragazza a raccontare la vita che le ragazze di colore facevano in Italia e in Spagna;
Mi pare di aver capito che per molte c’è una responsabilità persino della famiglia nel farle partire alla ricerca dei famosi “soldi facili” che facili non sono per niente;
Come arrivano, dopo alcuni giorni o al massimo dopo una settimana, sono già per la strada e fortunate coloro le quali hanno la ventura di venire nei mesi estivi. Per una africana i mesi invernali sono una autentica mazzata. Non si è per niente preparate. E meno male che c’è sempre “l’amica che ti svezza”. Per non dire la paura per la polizia, per i carabinieri, e un eccetera molto lungo;
            Per mesi e mesi cosa conosce una di queste ragazze? Conosce ovviamente la casa dove abita (nei casi peggiori con la magnaccia), la fermata del pullman che la porta al lavoro, ovvero la stazione di Porta Susa o Porta Nuova, il mercato di Porta Palazzo e poco altro. Per dire, non conosce Via Garibaldi o Via Roma che da Porta Palazzo distano 10 minuti a piedi… pensa un pò te.

I soldi


Marco: parliamo ora della cosa più importante (almeno quella per la quale, quasi tutte voi dite, che sono i soldi!)..
 
Jocelyn: per la stragrande maggioranza delle ragazze che lavorano sulla strada i soldi guadagnati vanno grosso modo nelle seguenti direzioni:

·        pagare la “magnaccia” (per pagare il debito ci vogliono dai 2 a 3 anni);
·        pagare l’affitto di casa, la corrente, il gas, ecc.. – una gran parte di ragazze è costretta a cambiare casa ogni 6 mesi o una volta l’anno, questo grosso modo per due motivi: il primo legato alle decisioni del padrone di casa che non vuole più rinnovare il contratto di affitto, il secondo per morosità da parte della ragazza;
·        mandare i soldi in Africa alla famiglia (una parte delle quali si dimostrano mai sazie, ne vogliono sempre, per ogni occasione, giusta o sbagliata che sia, non immaginando neanche lontanamente i sacrifici e la vita delle loro figlie in Italia);
·        il rapporto con i soldi e il divertimento: io sono una ragazza giovane, ne ho consapevolezza e non voglio diventare una martire che fa sacrifici e quindi mi piace divertirmi e se posso vestirmi anche bene. Al tempo stesso però penso di essere abbastanza intelligente e penso al mio futuro, per cui al mio paese una mia sorella a cui sono molto legata, tiene un conto bancario intestato a mio nome.
·        Anche se non sono così sicura al cento per cento. In Africa ci sono un sacco di problemi per cui… speriamo in bene.
·        Io spero di avere nel più breve tempo possibile i miei documenti qui in Italia per poter aprire qui un mio conto bancario.
·        Io nei fatti non sono mai stata in bolletta da quando ho lasciato la mia magnaccia. Un po’ per il lavoro, un po’ per certe mie amicizie con una serie di uomini bianchi, penso di essere stata abbastanza fortunata.
·        Questo vale ovviamente per me. Ho l’impressione che per la stragrande maggioranza delle altre ragazze di colore che come me lavorano sulla strada non ci sia altrettanta consapevolezza, per cui trovandosi giovani, sole e lontano dalla famiglia (e dai suoi vincoli), e magari con alcuni periodi con dei soldi a disposizione, li prenda la sindrome delle “mani bucate”. È capitato anche a me.
Ovvero i soldi guadagnati sulla strada vanno a finire nella mani di qualche “fidanzato” che magari non è il magnaccia, ma nei fatti si fa mantenere. Io non sono d’accordo con questa pratica. Nella mia relazione di due anni e mezzo che ho avuto con Allen il rapporto era paritario. A partire dai soldi. 

Le violenze

Marco: quante, dove, come, denunciate alla polizia si, no – quali conseguenze fisiche e psicologiche…

Jocelyn: la prima esperienza di violenza su di me l’ho subita quando stavo ancora con la mia magnaccia. Non ne ho mai fatto nessun cenno, quasi con nessuno, tu sei l’unico a cui l’ho detto. Ero all’Iveco.
Mi viene vicino un mezzo di quelli che servono per trasportare le auto che hanno degli incidenti stradali, gli autosoccorso. Il giovanotto che era sopra mi chiede quanto fa, io glielo dico e lui mi fa salire. Come salgo immediatamente il tipo mi afferra selvaggiamente per i capelli, che allora portavo lunghi, e tenendomi, mentre io urlavo più dallo spavento che dal dolore, a tutta velocità si dirige verso Settimo e si ferma in un posto molto buio.
Poi, sempre tenendomi per i capelli, mi diceva: “dai succhialo” e io: “per favore lasciami andare i capelli.. adesso prendo il “guanto” e te lo faccio”, e lui: “no, fammelo senza” e io: “no, non voglio..” allora sempre con una mano tra i miei capelli, con l’altra lui si è spogliato e mi ha scopato senza “guanto” godendomi dentro.
Io piangevo, piangevo, piangevo. Lui riparte e mi fa cadere giù dal mezzo e mi faccio delle escoriazioni su quasi tutto il corpo.
Fatto sta che per parecchio tempo ero diventata molto triste. Non sapevo cosa fare, combattuta dalla paura di avere contratto una brutta malattia e non sapere dove andare in quanto la mia magnaccia esercitava su di me un attento controllo.
Sul lavoro ero altrettanto triste. Guardavo tutti i clienti nello stesso modo col quale mi ricordavo il giovanotto che mi aveva violentata.
Un giorno ero con una mia amica sul pullman che mi diceva che era andata all’ospedale per ritirare il “test dell’HIV”. E io: “ma la tua magnaccia ti ha lasciato andare a fare il test?”. E lei: “ci sono andata senza che lei lo sappia”, e io: “perché sei andata a fare il test?” e lei: “così, come una visita di controllo. Sai con il mestiere che facciamo è bene sottoporsi una volta ogni tanto ad un controllo di questo genere”.
Allora ho chiesto a lei di darmi l’indirizzo dell’ospedale al quale, all’insaputa della mia magnaccia, poi mi sono recata, dopo aver lavorato e nascosto vicino all’Iveco i soldi per fare il test.
Vado all’ospedale, mi fanno tutta una serie di visite. Mi danno appuntamento dopo due settimane. Io ritorno e mi consegnano il foglio con i risultati degli esami e del test sull’HIV. Peccato che fosse in italiano che allora io non capivo. Avvicino una infermiera che parlava un po’ l’inglese e questa mi traduce a voce gli esiti degli esami e del test. Cerca di tranquillizzarmi e poi mi chiede il perché della mia inquietudine. Allora io gli racconto l’episodio di violenza che mi era capitato. Lei si commuove e la vedo piangere.
Da quel momento in poi, sono stata più tranquilla. Però non sono più salita su uno dei quei mezzi. E ce ne sono parecchi che abitualmente vengono a trovarci. Io odio quegli autisti, anche se so che non tutti possono essere come quel giovanotto che mi ha usato violenza. Quando ci penso mi viene da essere triste per cui non voglio pensarci più.

Marco: mi hai raccontato altri episodi di violenza…

Jocelyn: adesso te ne racconto uno che si è risolto con io che paradossalmente faccio “violenza” ad un cliente.
        Mi carica su una macchina (un BMW mi pare fosse) un signore molto distinto, però piccolo e striminzito. Lo porto nel mio “postotranquilo”. Gli chiedo di pagarmi. È una regola per noi, quella di farsi pagare sempre prima. E lui chiudendo le serrature della macchina, tira fuori un coltellino e mi fa: “no, anzi tira fuori tutto dalla tua borsetta e consegnamelo” e io, per niente spaventata, ma certamente intimorita: “va bene, io ti lascio tutti i miei soldi, però tu lasciami andare senza farmi niente”.
        Al che mettendo le mani dentro la mia borsetta vengo a contatto con l’asticella del mio “mascara” che era ancora aperta. Velocemente la impugno e con la mano destra gliela faccio sentire sulla gola mentre con la sinistra gli afferro la mano dove teneva il suo coltellino. Me lo faccio dare. Lo faccio scendere dalla macchina sempre minacciandolo col l’asticella del “mascara” puntata sulla gola.
Intanto gli prendo le chiavi della macchina e intanto vedo arrivare un’altra macchina con una mia amica che veniva a scopare pure lei nel “postotranquilo”. La ragazza vuole sapere cosa è successo. Glielo racconto e lei allora ricatta il mio “cliente”: “adesso tu devi pagare la mia amica se non vuoi che chiami la polizia”. Fatto sta che tutto si è risolto con 50 €. Io consegno le chiavi e la mia amica prende la targa del mio cliente dopo di che il suo cliente ci porta sul nostro posto di lavoro.

Marco: e il terzo episodio..

Jocelyn: il terzo episodio di violenza mi è capitato sempre nei pressi di Piazza Campanella. Vengo caricata da una Alfa Romeo blu. Nel “postotranquilo” il tipo in questione subito estrae dalla tasca una pistola e io a differenza dell’altra volta ho paura. Me la rivolge vicino al mio naso. È un tipo robusto.
Mi fa: “dammi subito la tua borsetta e spogliati, voglio anche i tuoi vestiti”, e io: “cosa ne fai dei miei vestiti, ti do la mia borsetta, per favore, lasciami andare..” per tutta risposta lui mi ha rifilato uno schiaffone forte, forte e mi ha lasciata andare.
Ero solo con un reggiseno e un piccolo minislip. Faceva un freddo cane, nevicava. E così piano piano cammino fino su a Via Pietro Cossa dove stazionano delle altre mie amiche alle quali chiedo di darmi i loro vestiti e i soldi per prendere un taxi con il quale me ne torno a casa.
Che vita, mio caro Marco, che vita…

Il primo sillabario


Marco: nel vostro vocabolario ricorrono spesso dei vocaboli, spesso incomprensibili, molte volte persino divertenti, vuoi farne un piccolo campionario…

Jocelyn: beh, si può partire dalle prime parole che ti vengono suggerite “dalle ragazze che ti svezzano” quando arrivi in Italia e devi misurarti subito con il lavoro, con i clienti.
Intanto devi sapere la parola “quanto?” che solitamente è quella che i clienti ti rivolgono quando si fermano accanto a te. Al che tu rispondi: “boccafiga 20-30-50” a seconda di quello che tu ritieni di valere. Pensa te, l’abbiamo tradotta in una canzoncina! Poi c’è “io brava”, “allora, andiamo?” “postotranquillo”,alcune dicono delle bugie per invogliare il cliente: “io fare tutto, leccare mie tette, mia figa” e non è vero niente perché poi il tutto si fa con un rapporto sessuale molto veloce dove al massimo ci si spoglia dal ventre in giù.
        Rapporti più completi ci sono, eccome, però hanno bisogno di più confidenza, di una sorta di feeling tra la ragazza e il cliente.
        Nel vocabolario di una ragazza di strada non possono mancare i seguenti termini: polizia, carabinieri, vigili, di cui occorre avere una sacra diffidenza e paura. Quando li vedi è bene nascondersi perché a differenza che con le prostitute bianche (per noi sono tutte albanesi o rumene) noi corriamo a nasconderci, mentre con le albanesi o con le rumene la polizia si ferma a chiacchierare e a scherzare.
Un breve sillabario: papagiro: combina con un uomo bianco piuttosto maturo, che ha l’abitudine di girare con la sua macchina durante la notte nei posti dove lavoriamo, noi ragazze nere. Di solito ci porta pure a spasso e qualche volta ci offre pure un cappuccino, una brioche, oppure un panino. Raramente chiede di scopare; italo: che nella nostra lingua, Edo, significa italiani; amica: per noi le ragazze che lavorano sulla strada sono tutte delle amiche, però la parola acquista un significato molto più importante quando si riferisce all’amica del cuore, solitamente in questo caso si incrociano i due mignoli; piccola: è la ragazza giovane ultima arrivata; magnaccia: sono di due tipi, io ho conosciuto il tipo feroce, ma non sono tutte così, ci sono quelle più brave che al limite fanno pure dei regali alle loro ragazze. Di solito si tratta di ragazze che hanno appena finito di pagare il loro debito. Quelle che conosciamo noi sono l’ultimo anello di una catena che va fino in Nigeria; portapalasso: è il mercato di Porta Palazzo a Torino, è il più frequentato dagli stranieri per i prezzi convenienti, per la presenza di negozi con prodotti africani tenuti da cinesi a dagli stessi africani; vaffanculo: è una delle prime parole che si imparano, equivale alla parola inglese fuck you (fottiti); imbecille: è un insulto che si rivolge a chi ci manca di rispetto; guardone: è un epiteto che si rivolge con disprezzo a certi personaggi; rubato: sta per ladro, per noi lo sono quasi tutti i marocchini i quali vengono (specie in città) vicino a noi, a volte per scopare, molte altre per derubarci della borsetta con i soldi, del telefonino; vecchio: è un modo per prendere in giro alcuni uomini (avanti con l’età ovviamente); 3, 15, 65: combinano con i numeri dei tram o degli autobus. All’inizio noi non conosciamo le vie e ancora meno abbiamo dimestichezza con i numeri civici. Ci viene molto facile dare degli appuntamenti attraverso i numeri e le fermate dei tram o degli autobus;  biglietoprego: combina con i controllori che ogni tanto vediamo salire sui tram o sugli autobus e allora  ci sono degli episodi anche divertenti, perché all’improvviso una buona parte dei passeggeri scappa; treni: sta per treno; blupulman: sono i pullman (blu) che operano nelle linee da Torino per la provincia e che portano le ragazze nei luoghi di lavoro; passagio: è  la richiesta che si fa per tornare a casa quando non ci sono i mezzi pubblici o quando una ragazza sta male, ecc. in alcuni casi viene compensata con un pompino; guanto: è il preservativo. Li comperiamo nei negozi dei cinesi o degli africani, costano meno che in farmacia. Ne ho sempre un buon numero con me; fami giro: è la richiesta accorata che facciamo, specie nei periodi invernali, per salire in macchina e riscaldarci. Al che qualcuna fa delle storie per scendere, altre molto più comprensive scendono e ringraziano; tu mi fai ridi:  se il cliente è uno simpatico oltre a ridere di gusto c’è pure questo modo di dire; l’uso delle mani e delle dita per indicare destra o sinistra: non sapendo la distinzione italiana di destra e sinistra, usiamo le mani e le dita per indicare all’eventuale bianco che ci accompagna, dove deve svoltare; fonbut: è il nome con il quale si chiamano gli ormai numerosissimi posti dove si telefona o si spediscono i soldi alla famiglia. In genere sono gestiti da marocchini, africani; lui bravo, lui cativo: è un modo tutto africano per fare la distinzione tra persone affidabili e non. Berlusconi è cattivo, Prodi è bravo. Ovviamente per la posizione in merito agli stranieri; damimano: è una richiesta di aiuto. Va da piccole cose sino a chiedere il pagamento del debito; tu sei il mio secondodio: nel qual caso questo è l’aggettivo che viene usato e ovviamente è il massimo; sistà: sta per sorella; brodà: sta per fratello. Per noi, quasi per tutti, questi sono gli appellativi con i quali ci rivolgiamo ai nostri coetanei africani; 

Le esperienze nei night club


Marco: parlami ora delle tue esperienze nei night-club.. come hai fatto senza documenti?…

Jocelyn: la prima volta è stato in un Night Club di Padova con una mia amica di nome Nenfy. Usavo il documento di una mia amica. Io come sai, porto quasi sempre i capelli corti, è una conseguenza da quando ho avuto la prima violenza di cui dopo ti dirò.. Siamo dentro un camerino dove stiamo indossando dei vestiti molto sexy, con i tacchi molto alti, appunto bardate da night.
        Alla fine dopo avermi truccata esco dal camerino e vado in sala. Tutti mi guardano e io rimango perfino imbarazzata. Ero molto intimidita. Al che la mia amica mi incoraggia dicendomi che forse sarà per la novità dei capelli corti. Era il periodo che avevo iniziato la mia relazione con Allen.

Marco: cosa significa lavorare in un night…

Jocelyn: beh… intanto devi trovare dei clienti che vogliono bere con te. E tu, su ogni consumazione hai una percentuale. Poi devi ballare con loro e fare lo spettacolo dello strip teas. Ma non è così che ti fai i soldi, quelli arrivano con il lavoro che fai nei “privè” dove ti apparti con il cliente e ti spogli di fronte a lui. Alcuni mentre lo fai si vede che si toccano e qualcuno gode. La tariffa è di 50 €, metà per te e metà per il padrone del locale. Però niente sesso. Al massimo quello lo puoi fare fuori su appuntamento, in albergo o a casa dove abitavo con la mia amica.
La prima volta il tutto si è risolto in una settimana. La seconda volta invece, chiamata sempre da questa mia amica che abitava da sola in una casa di due stanze, siamo andate in un night di Vicenza. Però ho capito subito che non sarei andata d’accordo, in quanto questa aveva l’abitudine di comandarmi. Io, memore della mia permanenza in casa della mia precedente magnaccia non ne volevo sapere.
Eravamo le uniche ragazze di colore tra diverse altre ragazze presenti nel night. E io avevo un certo successo tra gli uomini che frequentavano il night. Ero molto richiesta specie nei privè dove si guadagna di più. Il che provocò una certa gelosia nella mia amica.
La cosa finì dopo un’altra settimana. Parlo con il proprietario del locale dicendogli che me ne devo andare al che lui era molto dispiaciuto perché ero ben vista dalla sua clientela. Però io volevo andarmene per non finire di litigare con la mia amica.

Marco: hai avuto delle esperienze nei night qui, vicino a Torino..

Jocelyn: si due, una a Vercelli e una a Rivarolo. Quella di Vercelli me la ricordo come una notte fredda, fredda. Sembrava di essere sulla strada. E fai conto che mi piaceva il lavoro nei night perché non eri più al freddo della notte con tutti i suoi pericoli. Fatto sta che il tutto si risolse in una sola notte. Non ritornai più in quel locale.
        Il mese successivo una mia amica albanese mi invita ad andare con lei in un night a Rivarolo che apriva da Giovedì fino a Domenica. Io lavoravo abbastanza, avevo già fatto 250 € la prima sera. Verso la fine della settimana, era di Sabato avevo già fatto 200 € con quattro clienti e in sala c’erano degli altri clienti che mi aspettavano. Verso il mattino, quando torniamo a casa io faccio vedere i soldi che ho guadagnato alla mia amica e questa mi monta su una scenata di gelosia dicendomi che non è vero che io ho guadagnato tutti quei soldi e se è vero è bene che io ne dia un po’ a lei. Al che io abbastanza contrariata: “cara mia, per me è finita l’epoca delle magnaccia!”.
        La Domenica siamo di nuovo nel night in camerino e ci stiamo cambiando per lo spettacolo, quando arrivano i carabinieri in borghese, circa una decina. Hanno trovato diversi “guanti” nei privè. In quel locale si scopava e alla grande. Io non lo sapevo. E neanche immaginavo che lo avesse fatto la mia amica albanese.
Ci hanno portato in caserma e lì ci hanno interrogato e hanno rovistato nelle nostre borsette. Nella mia non hanno trovato niente, mentre in quella della mia amica hanno trovato dei “guanti”. Io ho detto loro che era la mia prima esperienza in un night e alla fine ci hanno rilasciato senza prenderci neppure le impronte digitali.
Alla fine mentre torniamo a casa accompagnati in macchina da un suo amico albanese io litigo un po’ con lei per via che non aveva detto che in quel night si scopava e lei per tutta risposta fa fermare la macchina e mi fa scendere a me e a un’altra ragazza che era in macchina con noi.
        Ma pensa te. E così abbiamo dovuto aspettare un passaggio.

Piero


Marco: parlami ora di questo uomo, mi hai detto che era un po’ particolare, aveva un carattere molto ostico…

Jocelyn: l’ho conosciuto sul mio posto di lavoro in Piazza Campanella. Lui ci veniva sempre e mi diceva: “che lavoro fai, devi smettere, devi denunciare la tua magnaccia..” e io: “non posso denunciarla, perché sarà un casino per me e per la mia famiglia”. Fatto sta che dopo un po’ siamo andati a scopare e lui mi ha pagato.
        In seguito siamo diventati amici. In genere quando faccio sesso a pagamento è difficile che possa poi innamorarmi di quella persona, mentre per lui è stato diverso, si è molto attaccato a me. Capitava che lo chiamavo a tutte le ore della notte per portarmi a casa, e lui veniva.

Marco: ma è vero o no che questo Piero aveva avuto una relazione con una ragazza africana…

Jocelyn: è vero, mi parlava di questa sua relazione che è durata quattro anni, però non ho mai capito perché fosse finita. Immagino io perché era un tipo musone, non rideva mai, incazzoso ogni oltre misura. Un uomo per niente felice. Era divorziato da oltre dieci anni con un figlio di nome Fabio. Aveva una officina per riparare macchine agricole e camion a Venaria dove abitava.
        Era piuttosto trasandato e pure sporco. Ogni tanto andavo a casa sua per fargli la barba, pulirlo e fargli un po’ di manicure.
        Era il classico uomo che con i soldi pensava di “acquistare” l’amore di una persona. Era di una gelosia da impazzire: non mi voleva vedere con Marian, neanche con altri miei amici. Io gli dicevo: “tu non mi vuoi vedere con altre persone, io dovrei stare solo con te. Ma tu sei sempre triste. Con te non si scherza mai, io rischio di non stare bene con te, sei sempre come un cane arrabbiato”.
        Ad un certo punto lui ha iniziato a parlare di matrimonio, al che io ho aguzzato le orecchie perché avevo voglia di finirla con la vita da prostituta. Però ho voluto essere la più chiara e sincera con lui. “Io ci sto a sposarmi con te, però non pensare che sia per amore. Se tu lo vuoi, lo devi fare per darmi una mano, per togliermi dalla strada e dalla clandestinità”.
Era un tipo molto arrogante e prepotente. Mai una parola gentile nei miei confronti, solo parolacce e qualche volta mi dava della puttana o insultava i miei genitori.
Era il 4 gennaio 2007, lui mi telefona perché voleva vedermi. Io gli dico di aspettarmi sotto casa. Per via del nostro “african times” ritardo di alcuni  minuti e lui non c’è più. Il giorno 7 sono al Bingo e un mio amico bianco che lo conosceva mi dice che Piero è morto in un incidente sul lavoro, schiacciato sul petto da una pala meccanica di un trattore agricolo. Io sul momento non ci credo. Lui mi fa vedere la foto sul giornale che riporta l’incidente. Io comincio a piangere.

Arturo


Marco: parlami adesso di quest’uomo…

Jocelyn: non c’è molto da dire rispetto a quest’uomo. Diciamo che è nella normalità dei miei clienti. Ha circa 40 anni. A lui io piaccio. A me non dice quasi niente. Salvo che è un tipo simpatico e intelligente. Ma grassottello. Quando vado con lui normalmente vado a casa sua. Mi paga abbastanza bene, ovvero mi paga fino a 50 €, la scheda del telefonino.
        Ha un negozio di acquario in Via Colorado. L’ho messo in questa galleria per un altro aspetto che mi ha coinvolto nel periodo più burrascoso della mia vicenda con Allen. Intanto devi sapere che Arturo ha già una ragazza ed è nera come me. Arriva anche lei dalla Nigeria. Lui gli ha comparato un negozio (mi pare di abbigliamento) a Vercelli per cui si vedono solo nel fine settimana.
        Allora, io litigo con Allen e decido di andarmene di casa in quanto Arturo mi da ospitalità (almeno temporanea) in casa sua. Ha una bella casa in Corso Racconigi. Porto tutte le mie valigie nel suo garage che è molto capiente e per circa una settimana mi stabilisco in casa sua.
        Cosa era successo: Arturo aveva scoperto che la sua ragazza lo aveva tradito con un africano per cui un po’ in crisi andava in cerca di compagnia. Mi accorgo subito che Arturo è ancora molto innamorato della sua ragazza. Per cui torno nella mia casa di Via Verolengo e dopo poco tempo vado a riprendermi tutte le mie valigie. Con Arturo continua, ma in quanto cliente che ogni tanto mi viene a trovare e mi porta a casa sua. A pagamento.
        D’altra parte non mi va per niente essere quella che rompe delle unioni. Ha già i suoi problemi per non caricarsene degli altri.